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Quando litigano papà  e mamma: l’assegnazione della casa familiare

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Il notaio Daniele Minussi risponde ai lettori. Se anche voi avete una richiesta da sottoporre alla sua attenzione scrivete una email a: redazione@netweek.it

Purtroppo si tratta di casi non certo infrequenti: genitori che litigano, fino al punto di separarsi. Quando dall’unione sono nati figli, ai già notevoli problemi legati al mantenimento si aggiunge quello dell’attribuzione della casa. È chiaro infatti che se ad uno dei coniugi viene affidata la prole, solitamente è l’altro che deve fare fagotto ed andarsene di casa. Poco importa se quella casa è costata enormi sacrifici ed occorre ancora pagare il mutuo oppure se è di proprietà dei genitori di chi magari se ne deve andare via. Spesso si consumano, in conseguenza della crisi del rapporto coniugale, veri e propri drammi in conseguenza dei quali non è esagerato dire che si profila una vera e propria situazione di povertà per colui (assai spesso, se non quasi sempre, il marito) che deve abbandonare il tetto familiare. Ma cosa prevede in effetti la legge? La norma di riferimento (introdotta dal D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, a decorrere dal 7 febbraio 2014) è l'art. 337 sexies del codice civile. Esso prescrive che il godimento della casa familiare è attribuito tenendo prioritariamente conto dell'interesse dei figli. Dell'assegnazione il giudice tiene conto nella regolazione dei rapporti economici tra i genitori, considerato l'eventuale titolo di proprietà. Il diritto al godimento della casa familiare viene meno nel caso che l'assegnatario non abiti o cessi di abitare stabilmente nella casa familiare o conviva more uxorio o contragga nuovo matrimonio. Il provvedimento di assegnazione e quello di revoca sono trascrivibili e opponibili a terzi ai sensi dell'articolo 2643. In presenza di figli minori, ciascuno dei genitori è obbligato a comunicare all'altro, entro il termine perentorio di trenta giorni, l'avvenuto cambiamento di residenza o di domicilio. La mancata comunicazione obbliga al risarcimento del danno eventualmente verificatosi a carico del coniuge o dei figli per la difficoltà di reperire il soggetto.

Una prima questione riguarda le coppie di fatto. Cosa accade se i figli sono nati nell’ambito di una convivenza non disciplinata da un matrimonio? L’art. 337 bis cod.civ. espressamente dispone l’applicabilità della norma già sopra esaminata: dunque essa viene a proteggere anche i figli nati fuori dal vincolo matrimoniale.

E nel caso in cui la casa, di proprietà del papà e della mamma di uno dei coniugi (o dei conviventi) sia stata loro prestata? In tale ipotesi è stato deciso che l'assegnazione può venire effettuata senza che i comodanti (vale a dire i proprietari che hanno “prestato” la casa ad un figlio che si è sposato o che è andato a convivere) abbiano la possibilità di esercitare il diritto di recesso (Cass.Civ. Sez.Unite, 13603/04; cfr. la successiva Cass. Civ., Sez. Unite, sent. n. 20448/2014 che ha puntualizzato i criteri alla cui stregua valutare le esigenze del comodante a porre termine al rapporto ai sensi dell'art. 1809 cod.civ.). Questo, detto a chiare lettere ed in gergo meno tecnico, significa che i genitori che abbiano concesso gratuitamente l’appartamento alla coppia ben potrebbero assistere alla scena non particolarmente edificante del figlio “cacciato” dalla loro casa che permane comunque a disposizione dell’altra persona (anche semplicemente convivente) alla quale sia stato affidato il/i figlio/i senza che loro possano muovere un dito o protestare.

Tale risultato può essere scongiurato quando sia certo che il comodante (cioè chi presta la casa) non abbia voluto destinare l'immobile a casa coniugale, come ad esempio accade se il bene sia stato concesso ben prima delle nozze al solo figlio e non già alla coppia per farne la casa familiare (Appello L’Aquila, 16 ottobre 2013).

Cosa dire inoltre del pagamento delle spese condominiali e delle imposte? Spesso è il Giudice, nella pronunzia di separazione ovvero in sede di attribuzione del godimento della casa familiare, a specificare quale coniuge debba far fronte alle spese relative all’immobile, comprese quelle condominiali. Solitamente esse vengono poste a carico dell’utilizzatore. Non è detto: se il coniuge (o il convivente) assegnatario è nullatenente, non avendo in concreto alcuna possibilità economica di farvi fronte, i relativi oneri saranno o espressamente posti a carico del proprietario dell’immobile. Ove nulla sia specificato, rinverrà applicazione il principio generale, vale a dire che tutte le spese relative all’uso dell’immobile (le spese condominiali, di manutenzione delle cose comuni dell’edificio) dovranno intendersi a carico dell’utilizzatore (che, si rammenta, ordinariamente è la madre affidataria dei figli minori) mentre le spese straordinarie saranno poste a carico del proprietario. Va da sé però che, in caso di morosità nelle spese condominiali, non provvedendo cioè l’assegnatario a pagarle, l’amministratore del condominio ben potrà notificare il decreto ingiuntivo anche al proprietario (fatto salvo il diritto di quest’ultimo di rivalersi nei confronti di chi abita effettivamente nella casa). Insomma: come si suol dire, anche se con espressione non particolarmente elegante, “cornuto e mazziato”.

Da ultimo i Giudici si sono occupati del problema consistente nell’incidenza o meno dell'assegnazione della casa familiare sul valore dell'immobile quando questa cada in divisione. Viene forse ridotta la valutazione dell’appartamento per effetto del provvedimento?

Si fronteggiano sul punto due tesi opposte. Secondo un’opinione la divisione dell'immobile assegnato come abitazione al coniuge è influenzata dalla presenza del diritto di abitazione, che deve conseguentemente essere valorizzato. Dovendosi valutare il valore dell'immobile in sede divisionale bisognerebbe pesare tutti gli elementi, compreso il diritto di abitazione che lo grava (in questo senso Cass. Civ., sez.II, 22 aprile 2016 n.8202). Secondo un’altra linea di pensiero, peraltro propria della stessa Sezione della Cassazione che nel frattempo deve averci ripensato, il peso del provvedimento sarebbe invece irrilevante: la divisione non ne sarebbe influenzata. Pertanto il valore dell'immobile in sede di divisione non dovrebbe essere calcolato detraendo  il valore del provvedimento di assegnazione della casa familiare assunto in sede di separazione (in questo senso Cass. Civ., Sez. II, 9 settembre 2016 n.17843).

Insomma: come spesso accade, una grande confusione e il cittadino, che pure si sforza di comprendere e di capire, non è messo in grado di avere quelle certezze alle quali pure avrebbe diritto.

Daniele Minussi

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Autore:afm

Pubblicato il: 23 Gennaio 2017

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